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corsa amore delle megattere

La corsa d'amore delle megattere
Le immagini sono state riprese da un operatore video subacqueo, Tony Wu, e riprendono la corsa a perdifiato dei maschi di questi cetacei alla rincorsa di un’unica femmina. Il particolare rituale, mai filmato prima d’ora, è stato osservato nelle isole di Vava’u, nel Regno di Tonga. Le megattere (Megaptera novaeangliae) filmate in Oceania, si riuniscono lì ciclicamente, per riprodursi, mettere alla luce e crescere i piccoli, socializzare e, infine, puntare verso sud, in direzione deì più ricchi di cibo mari dell’Antartico. Tony Wu racconta: “Mentre inseguono la femmina, i maschi vivono un’accesa competizione nel tentativo di farsi notare, ma è la femmina che, scegliendo uno solo tra loro, mette fine alla corsa. Il corteggiamento può durare ore o giorni e rappresenta un momento ad alto potenziale di scontro per gli “inseguitori”. Una volta formatasi la coppia, i due cetacei passano molto tempo in beata solitudine. Ho incontrato diverse volte due megattere insieme; di solito hanno un atteggiamento molto rilassato, sono curiose e hanno un comportamento amorevole l’una nei confronti dell’altra. Inoltre stanno spesso in contatto corporeo e nuotano eseguendo leggiadri, elaborati e quasi coreografici movimenti”.
corsa amore delle megattere

Il censimento delle specie marine
Quanti pesci ci sono nel mare? A questa e ad altre domande sul mare e sulla sua vita cerca di dare una risposta il Census of Marine Life (Coml), un censimento durato dieci anni che ha riguardato 25 aree marine diverse sparse per il mondo, dall'Antartide aiTropici, passando per il Mediterraneo fino ad arrivare all'Australia. Il team internazionale di studiosi ha cercato di non tralasciare neanche un remoto angolo del Big Blu. «Dalle coste al mare aperto, dal bassofondo agli abissi, dai piccoli organismi, come i microbi, a quelli grandi come i pesci e le balene»: così lo ha descritto la dottoressa Patricia Miloslavich, della venezuelana Universidad Simòn de Bolivàr, coautrice del censimento.

I RISULTATI - Il progetto ha visto impegnati 360 ricercatori di tutto il mondo che sono arrivati alla conclusione che sono 230mila le diverse specie distribuite nelle 25 aree studiate, di cui solo un decimo sono state catalogate. I risultati definitivi della ricerca verranno presentati il 4 ottobre in una grande conferenza a Londra, ma intanto il Coml ha reso noti i primi dati emersi da questo ingente lavoro. . Le aree più ricche di biodiversità sono risultate essere il Giappone e l'Australia, entrambe con circa 33mila specie, seguite dalla Cina (22mila) e dal Mediterraneo, in cui fra crostacei, pesci e alghe vivono 17mila specie animali. Al quinto posto, tra le 25 aree censite, c'è il golfo del Messico, martoriato dalla marea nera, in cui vivono 15mila specie.

MAGGIORANZA AI CROSTACEI - I dati raccolti evidenziano che i crostacei sono il gruppo con la maggiore popolazione: granchi, aragoste, gamberi, ma anche molti altri meno conosciuti, rappresentano praticamente un quinto dell'intera fauna sottomarina (il 19%). A seguire si trovano i molluschi (17 %) e i pesci (12 %). Alle alghe, alle piante e agli organismi unicellulari spetta rispettivamente il dieci per cento. Le specie marine più usate per le campagne conservazioniste, come balene, tartarughe, leoni marini e uccelli, sono soltanto il due per cento della popolazione dei mari e degli oceani.

NON TUTTI I MARI SONO UGUALI - Nel corso della decennale ricerca, che verrà pubblicata in ottobre, sono emerse, tra le varie aree prese in esame, differenze, problematiche e criticità che variano da un ecosistema all'altro. Le acque che lambiscono le coste del Giappone e dell' Australia, per esempio, sono le più ricche, con 33 mila specie a fronte di una media di 10.750 per tutte le 25 aree del censimento. I mari più chiusi (Golfo del Messico, Cina costiera, Baltico, mar dei Caraibi e Mediterraneo) sono quelli nei quali si registrano le maggiori minacce alla biodiversità, dovute principalmente all'inquinamento.

IL MEDITERRANEO - Il nostro mare contiene 17 mila specie, ma è considerato il più minacciato dall'inquinamento, dall'eccessivo prelievo ittico e persino dalle bombe sganciate nell'Adriatico ai tempi della guerra del Kosovo. A queste si è aggiunto un nuovo pericolo: le specie invasive che tendono a rimpiazzare quelle autoctone. Infatti nelle acque del bacino del Mediterraneo è possibile reperire 600 specie “aliene”, la maggior parte delle quali proveniente dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez.

SPECIE SCONOSCIUTE - Nonostante gli sforzi profusi in questi dieci anni, gli autori del censimento ritengono che ancora molte creature marine rimangano un mistero. L'opinione dei ricercatori è che per ogni specie conosciuta ve ne siano almeno quattro del tutto ignote. Di tutti i pesci, che sono una delle popolazioni più note e studiate, ne è stato catalogato soltanto il 70 per cento, ma di altri gruppi se ne conosce meno di un terzo. Gli scienziati credono che la maggior parte delle creature sconosciute viva ai Tropici, negli abissi e nell'Emisfero Meridionale. «Questa non è un'ammissione di fallimento - ha dichiarato la dottoressa Nancy Knowlton dello Smithsonian Institute – ma semplicemente il mare è così vasto che, dopo dieci anni di duro lavoro, abbiamo soltanto delle istantanee, talora molto dettagliate, del contenuto del mare». Per la cronaca, il titolo di pesce più cosmopolita è stato assegnato al pesce vipera (Chauliodus sloani) che vive, tra i 500 e i 3000 metri di profondità, in più di un quarto delle acque marine del globo.

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Ma il mare non vale una cicca?
Mare pulito, torna la campagna contro mozziconi sigarette Contrastare l’abitudine di disperdere nell’ambiente i mozziconi di sigarette e di sollecitare comportamenti eco-sostenibili. Questo l’obiettivo di “Ma il mare non vale una cicca?”, la campagna lanciata dall’associazione ambientalista Marevivo, in collaborazione con JTI – Japan Tobacco International e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e del Corpo delle Capitanerie di Porto e con il supporto del SIB – Sindacato Italiano Balneari, giunta quest’anno alla sua seconda edizione.Come ricorda la campagna, la cui madrina d’eccezione è Manuela Arcuri, secondo i dati dell’Istituto Superiore Sanità in Italia ci sono circa 12 milioni di fumatori che consumano in media 15 sigarette al giorno a persona, per un totale di circa 180 milioni di mozziconi al giorno, 66 miliardi ogni anno.Poichè una parte di questi si riversa sulle spiagge italiane, il problema è davvero serio: solo per fare un esempio, i mozziconi di sigarette rappresentano il 37% dei rifiuti raccolti nel Mar Mediterraneo. Senza contare il fatto che il contenuto di catrame e nicotina e il filtro delle sigarette impiega da uno a cinque anni per degradarsi.
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Nuova energia da antichi velieri
Un’interessante idea per la creazione della cosiddetta "energia pulita" potrebbe giungere proprio in questi giorni dall’ "Università della California-Davis", dove due studiosi avrebbero trovato il modo di trasformare l’energia eolica prodotta da una flotta di velieri in energia elettrica. L’energia prodotta da questo insolito idrogeneratore che sfrutta il movimento delle onde, dovrebbe infatti essere impiegata per ricavare idrogeno dall’acqua marina arrivando, nella migliore delle ipotesi, a generare 1 MW di energia, impiegabile anche a terra (nelle nostre case ad esempio). Il principio si basa (per ricavare energia) sul movimento delle onde e del vento. L’energia proviene quindi dal mare e dall’aria. Infatti il moto delle onde contribuisce a quello di una turbina collegata al generatore che produce energia. Ma non finisce quì. Anche il vento fa la sua parte, muovendo le navi e trasformando il moto del vento in ulteriore energia che verrà poi impiegata sulla terra ferma. Secondo gli studiosi Max Platzer e Nesrin Sarigul-Klijn, la densità dell’acqua ed il suo moto assicurerebbero una maggiore efficienza rispetto alle tradizionali turbine eoliche. Stando dunque a quanto affermato dai due, questo rivoluzionario sistema di produzione di energia alternativa, potrebbe dare risultati eccellenti nel caso in cui venisse costruita una flotta di navi a vela adeguata allo scopo.
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Aiuto! Nel mare non c'è più cibo
Uno studio della Dalhousie University di Halifax (Canada) lancia un allarme sulla progressiva diminuzione del fitoplancton negli Oceani a causa del riscaldamento delle acque. Il fitoplancton si trova alla base della catena alimentare nella stragrande maggioranza degli ecosistemi acquatici. Inoltre produce la metà dell’ossigeno totale prodotto dagli organismi vegetali della Terra. Si tratta del primo studio su larga scala che tenta di comprendere i cambiamenti del plancton. “Quello che pensiamo stia succedendo è che gli Oceani stiano diventando più stratificati a causa del riscaldamento delle acque- ha detto Daniel Boyce, a capo della ricerca- Le piante hanno bisogno della luce del sole dall’alto e delle sostanze nutrienti dal basso e l’aumento di stratificazione diminuisce la disponibilità di nutrimento”. La diminuzione del fitoplancton è stimata del 1 per cento annuo ed è ritenuta ecologicamente significativa anche a causa del fatto che il fitoplancton è la naturale fonte di cibo del plancton, a sua volta alla base della catena alimentare marina.


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